In occasione del sessantesimo anniversario del Cristo Redentore di Maratea, la Casa delle Tecnologie Emergenti di Matera ha proposto un’esperienza immersiva unica, capace di fondere storia, cultura e innovazione tecnologica. L’evento, ospitato al Giardino delle Arti di Maratea, ha celebrato il monumento superando le barriere fisiche e permettendo ai partecipanti di “entrare” virtualmente nel cuore della statua.
Il progetto è stato realizzato grazie al lavoro dell’architetto PhDst Laviero Pepe e del Direttore di Ricerca del CNR-ISPC Nicola Masini, dimostrando come la tecnologia possa essere un potente strumento per la valorizzazione del patrimonio culturale. L’iniziativa si inserisce nella rassegna Conversazioni al Tramonto, dedicata per l’occasione al tema “Il sessantesimo anniversario del Cristo Redentore: un abbraccio verso l’umanità”.
A dialogare sul tema sono stati Nicola Masini, il consigliere comunale Francesco Santoro, lo storico locale Luca Luongo e l’ingegnere Michele Lapenna. Nel suo intervento, Masini ha collocato il Cristo Redentore di Maratea nella più ampia storia della statuaria colossale, dalle opere antiche – come i colossi di Abu Simbel e il Colosso di Rodi – fino ai monumenti moderni, tra cui il Cristo di Rio de Janeiro e il Cristo Rei di Lisbona. Ha sottolineato come queste grandi sculture abbiano sempre avuto una funzione simbolica e identitaria, dialogando con il paesaggio e diventando punti di riferimento visivi e culturali.
I relatori hanno evidenziato l’unicità del Cristo Redentore di Maratea nel panorama europeo: realizzato tra il 1963 e il 1965 su iniziativa di Stefano Rivetti di Val Cervo e progettato da Bruno Innocenti, il monumento si erge per 21,20 metri con un’apertura delle braccia di 19 metri, in calcestruzzo armato arricchito con Breccia medicea di Seravezza. Come ricordato da Michele Lapenna, il Cristo è non solo un capolavoro artistico, ma anche un’opera di ingegneria straordinaria. Fu costruito negli anni ’60 con materiali e tecnologie all’avanguardia per l’epoca, in assenza di normative specifiche per le strutture in cemento armato o in zona sismica. Nonostante ciò, da sessant’anni resiste alle sollecitazioni del vento e ai fenomeni sismici, a testimonianza della sua solidità.
Masini ha presentato i risultati di una campagna di indagini condotta dai ricercatori del CNR-ISPC e dalla CTE di Matera, nel contesto del progetto Heritage Smart Lab, basata su rilievi laser scanner, fotogrammetria e LiDAR da drone. Queste tecnologie hanno permesso di creare un modello digitale tridimensionale ad altissima precisione, utile per documentare lo stato di conservazione e pianificare un restauro scientificamente fondato. La prossima fase includerà l’uso di camere termografiche e analisi chimico-fisiche, con l’obiettivo di sviluppare un progetto integrato di monitoraggio e conservazione.
Il momento più coinvolgente della serata è stato l’utilizzo di visori 3D, forniti dalla Casa delle Tecnologie Emergenti di Matera, che hanno consentito al pubblico di “vivere” la storia del Cristo e di osservarlo da vicino. L’esperienza immersiva ha permesso di cogliere in dettaglio alterazioni, degradi e patine biologiche che interessano la superficie della statua, dimostrando il valore della tecnologia come strumento di conoscenza e valorizzazione.
Sulla base dei dati raccolti, Laviero Pepe ha sviluppato uno scenario virtuale fruibile tramite visori, pensato per coinvolgere attivamente il pubblico e sottolineare come accessibilità e fruizione siano aspetti centrali nella valorizzazione del patrimonio culturale.
Come ha concluso Masini, preservare il Cristo Redentore di Maratea significa custodire un patrimonio che intreccia arte, fede, storia e paesaggio, riaffermando il valore della memoria collettiva e la responsabilità verso le generazioni future.
L’evento si è svolto alla presenza del sindaco di Maratea e della contessa Chiara Rivetti, figlia del compianto mecenate piemontese Stefano Rivetti di Val Cervo. Quest’ultima ha concluso l’incontro con un intervento personale, in cui ha condiviso ricordi di famiglia e rivelato alcuni elementi di carattere religioso e iconografico voluti dal padre, che hanno ispirato l’opera di Bruno Innocenti.





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